Mar 18 Lug 2017 | Categoria: Persone

Intervista al Senatore Andrea Mandelli, Vicepresidente della Commissione Bilancio del Senato della Repubblica

Nell’ultimo anno il mercato degli integratori alimentari ha raggiunto i 2,8 miliardi di euro, per un totale di quasi 200 milioni di confezioni vendute. Un valore più del doppio rispetto a quello registrato nel 2008. Inoltre, secondo l’ultima indagine GfK realizzata per FederSalus, ben 32 milioni di italiani hanno utilizzato un integratore nell’ultimo anno. Una crescita legata a una maggiore attenzione dei consumatori italiani alla cura di sé, che oggi rappresenta una grande risorsa non solo per la salute della popolazione, ma anche per la sostenibilità economica del servizio sanitario.

Ne parliamo con il Senatore Andrea Mandelli, Vicepresidente della 5ª Commissione Bilancio, Senato della Repubblica, dal 2009 Presidente della Federazione Ordini Farmacisti Italiani (FOFI).
 
Sen. Mandelli, quello degli integratori alimentari è un settore il cui valore non è sempre riconosciuto quando si parla di salute e che oggi, di fronte alla confluenza di diversi fattori contingenti quali l’aumento dell’aspettativa di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche, può contribuire ad un risparmio per il SSN svolgendo un ruolo importate in prevenzione primaria. Cosa ne pensa?
Non sono completamente d’accordo. E’ vero che c’è stata una fase in cui si è sottovalutato il ruolo degli integratori e della nutraceutica nel suo complesso, ma oggi mi sembra che sia sempre più diffusa la consapevolezza del loro ruolo nel mantenimento della salute ma anche nella correzione di alcuni fattori di rischio molto importanti, a cominciare dall’ipercolesterolemia. E’ evidente che l’investimento che ciascuno di noi può fare nella prevenzione, a cominciare dall’abbandono di abitudini dannose come il fumo e l’assunzione di uno stile di vita attivo, determina un miglioramnto delle condizioni di salute della collettività nel suo complesso e quindi un minore ricorso alle prestazioni sanitarie. Oggi poter disporre di integratori frutto della ricerca scientifica è un ulteriore importante mezzo per raggiungere questo obiettivo.
 
Il 92% del valore e l’84% del volume del mercato degli integratori in Italia transita dal canale farmacia, e il farmacista è ritenuto il riferimento centrale nella decisione d’uso e scelta dell’integratore più adatto alle proprie esigenze. Quali nuove sinergie possono mettere in campo le aziende per supportare il farmacista nello sviluppo di competenze e capacità per garantire prestazioni efficaci, efficienti e appropriate?
Innanzitutto vorrei sottolineare che questo aspetto, la prevalenza del farmacista come referente per l’accesso agli integratori significa che nel nostro paese siamo partiti con il piede giusto. L’integratore è un prodotto che ha una un’azione reale sulla fisiologia, è una parte della prevenzione e quindi deve essere inserito correttamente sia nello stile di vita, sia nel quadro delle terapie eventualmente prescritte ma anche rispetto all’automedicazione: per evitare interferenze così come per massimizzare i risultati. E in questo il ruolo del farmacista è fondamentale, così come lo è la collaborazione tra aziende e professionisti. L’integratore non è un farmaco, certamente, ma è per così dire un prodotto a contenuto scientifico, diventa quindi fondamentale che chi fa ricerca e produce comunichi, in questo caso al farmacista, questo contenuto: ricerche, studi e quanto viene via via elaborato. Allo stesso tempo il farmacista è un’eccellente “antenna” per rilevare quanto avviene nella vita reale riguardo all’uso dell’integratore.
 
Alla luce della discussione in quarta lettura al Senato sul Ddl Concorrenza, che sembrerebbe ormai vicina al traguardo, come giudica le misure relative alle farmacie? In che modo, a suo parere, le nuove disposizioni possono contribuire alla sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale?
La Federazione degli Ordini dei Farmacisti, fin dalla presentazione del DdL, ha chiarito che non apprezzava nulla di questo provvedimento. Consentire la proprietà delle farmacie a società di capitali  senza porre un tetto efficace alle concentrazioni - ricordo che con il limite previsto oggi cinque società potrebbero arrivare a detenere la totalità delle farmacie italiane – sia un controsenso rispetto allo stesso principio di concorrenza, inoltre si sostituisce il farmacista titolare, che è tenuto a un codice deontologico, con un soggetto che è tenuto innanzitutto, come logico, alle leggi del mercato. Ma qui si sta parlando di un bene, il farmaco, che non è un prodotto di consumo e si dimentica che la farmacia non è un negozio ma un presidio sanitario. Quanto alla seconda parte della domanda non credo che alla sostenibilità del servizio sanitario una misura di questo tipo possa dare alcun contributo, come sostengono diversi economisti sanitari. Non si tratta di essere “contrari al capitale”, ma di non passare in toto alle logiche di mercato abbandonando il ruolo sanitario della farmacia. Poi è vero che nel mondo della farmacia italiana è necessaria un’iniezione di dinamismo, di sinergie per aumentare i servizi e le prestazioni professionali anche attraverso le aggregazioni, ma ritengo debbano essere innanzitutto quelle guidate dagli stessi farmacisti e ritengo che non si debba aprire la strada alla nascita di oligopoli, che sono l’esatto contrario della concorrenza.